Il 1° maggio non può essere virtuale, chi lotta sta nelle piazze e nelle strade

Vigilia del 1° maggio 2020: i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo e della cultura protestano all’esterno del teatro Verdi di Trieste.

Oggi 30 aprile a Trieste è successo qualcosa che parla a tutte e tutti coloro che stanno già pagando a caro prezzo l’incapacità della politica a gestire la crisi del coronavirus, e che lancia un segnale in vista della giornata del Primo maggio. Alle 11 precise, di fronte allo storico teatro Verdi, alcune decine di persone si sono radunate – rispettando le indicazioni attendibili contro la diffusione del virus (distanziamento fisico) e anche quelle inattendibili (uso della mascherina all’aperto) – per denunciare la situazione catastrofica nella quale sono precipitati i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo e della cultura.

Qui potete leggere l’appello che hanno lanciato, descrivendo ciò che stanno vivendo, le prospettive del loro lavoro e le rivendicazioni che avanzano per scongiurare una catastrofe sociale che si aggrava giorno dopo giorno. Nel documento anche una precisazione importante, che dovrebbe trovarsi in cima a ogni volantino o appello riguardante le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori, soprattutto in una città come Trieste che vanta un’identità cosmopolita e multiculturale, ma spesso rivela un’anima gretta e provinciale:

Sia chiaro che non c’è spazio nel nostro mondo per sessismo, razzismo, esclusione. Lo vogliamo dire forte perché siamo una grande famiglia, da qualsiasi parte del mondo si provenga o quale che sia il tuo genere ed orientamento sessuale siamo tutti sorelle e fratelli, uniti nella buona e cattiva sorte, al riparo di un teatro stabile o sotto la pioggia su un palco all’ultima delle feste di paese.

Chi scrive sa per esperienza diretta cosa significhi la tendenza che si sta affermando di escludere per chissà quanto (almeno un anno si valuta) la ripresa delle attività di pubblico spettacolo. Saltati tutti i festival estivi – compreso il Lunatico Festival, al quale in molti da queste parti abbiamo collaborato da sette anni a questa parte – questi mesi per moltissime persone sono già caratterizzati da una situazione di reddito zero ma anche zero tutele da parte dello Stato e degli enti locali. Questo settore è stato tra i primi a essere deregolamentato per mano di ogni parte politica, sotto la spinta di grandi gruppi imprenditoriali e con l’incuria se non la complicità di buona parte dei sindacati. Ad esempio, chi lavorava con contratti a chiamata ora non è titolato a percepire alcun ammortizzatore tra quelli previsti dai recenti decreti, del resto insufficienti e beffardi anche per chi si trova in una situazione contrattuale migliore.

Vale lo stesso per molte partite iva, il cosiddetto «lavoro autonomo» che in molti casi, sia individuali che di piccole e micro-imprese o cooperative, di autonomo ha ben poco. Ciò che in altri settori si va affermando con tempistiche diverse, nell’ambito spettacolo e cultura è già la normalità da lustri, e ciò che sta accadendo in questi mesi di crisi è forse l’ultima chiamata per comprenderne le drammatiche implicazioni e porvi rimedio. Come è stato indagato e denunciato da anni, tra gli altri e con grande efficacia da Sergio Bologna,  il modello del freelancing, del lavoro indipendente, del self-employment, ha via via modificato la forma del lavoro subordinato. Le conseguenze grottesche di questa tendenza, e il fatto che nulla di tutto questo sia tuttora percepito dalla politica, sono segnalate da una breve notizia locale dei giorni scorsi. Di fronte all’emergenza sanitaria, su 181 assunzioni straordinarie nelle strutture pubbliche di Trieste e Gorizia di medici, infermieri, autisti di ambulanze e centralinisti, nemmeno la metà (72) sono a tempo indeterminato, mentre le altre sono tutte a tempo determinato, alcune anche tramite agenzie interinali e una parte, appunto, con partita iva. Una notizia che spinge a chiedersi se sia questo il modo col quale si intende ridefinire il complesso delle politiche socio-sanitarie, per affrontare gli aspetti di estrema criticità che sono la vera causa di quanto è accaduto finora di fronte alla comparsa del Sars-CoV-2.

È evidente che mai come oggi è necessario scendere in piazza, far vivere nelle lotte concrete la festa del Primo maggio; c’è bisogno di usare questa giornata – che a Trieste coincide con il 75° anniversario della Liberazione dal nazifascismo – per dare visibilità e voce alle lavoratrici e ai lavoratori. La mobilitazione, va da sé, dovrebbe essere all’altezza della gravità della situazione, dovrebbe porre con forza una piattaforma rivendicativa non parcellizzata, che non sia frutto delle dinamiche della cosiddetta «concertazione»; un programma di interventi che abbia caratteri universali e, soprattutto, capacità di rappresentare anche chi, a forza di deregolamentazioni, privatizzazioni, esternalizzazioni, ideologia del lavoro indipendente e, last but not least, dello «smart working», nemmeno si percepiva più come lavoratrice e sfruttato. E che ora ne vive al massimo grado le conseguenze materiali.
Di fronte ai bisogni immediati di questa moltitudine di lavoratrici e lavoratori invisibili e senza voce, è ridicolo pensare di cavarsela, come sembra vogliano fare i sindacati confederali, con un fantomatico e vuoto «Primo maggio virtuale in omaggio alle vittime tra medici e infermieri». Omaggio doveroso, sia chiaro, ma strumentale. Anche perché è evidente che il legittimo malcontento nei confronti del governo rischia di essere utilizzato per l’ennesima legittimazione di fascisti e sovranisti di ogni sorta, e persino come scappatoia per chi, Lega in testa, di conti da saldare per le proprie azioni ne ha abbastanza da andare all’inferno per l’eternità.

È necessario distinguere i contesti per non farsi truffare. Fino a stamattina il rischio che fossero i fascisti i primi a scendere  in piazza a Trieste dopo due mesi di sospensione dei diritti individuali e collettivi era concreto. Da un paio di giorni i media locali sono impegnati nella promozione di una sorta di «piazza dello sfogo», l’ambiguo teatrino che sembra si voglia allestire per la giornata del 9 maggio nella piazza principale della città, per opera di un fantomatico «Comitato di Trieste Responsabilità e Azione». Sigla che riprende i proclami di Lega e Fratelli d’Italia e agita parole d’ordine («Riaprire tutto subito!»)  identiche a quelle urlate dalle varie Confindustria, Confcommercio, Confesercenti, che via confondendo diventano quelle condivise da tutti «NOI triestini, il popolo stufo di questi soprusi». Un remake del film già visto nel 2013 con la tragicomica parabola neondipendentista della quale già ricompaiono uno alla volta tutti i precedenti interpreti, ma che stavolta si apre con una particina per i fascisti di Forza Nuova e si svolge nel pieno di una crisi economica e sociale innescata da una pandemia.

Clicca per leggere l’appello per la mobilitazione del Primo maggio 2020

Anche alla luce del rischio che gli sfruttati scendano in piazza assieme agli sfruttatori, e dietro alle parole d’ordine stabilite da questi ultimi, c’è da augurarsi che la mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori dello spettacolo e della cultura di quest’oggi sia stata solo un primo segnale di riscossa. Queste persone hanno corso il rischio di sanzioni pesanti per la necessità e l’urgenza di far sentire la propria voce, ma così facendo hanno anche permesso a tutte e tutti gli altri lavoratori e antifascisti di questa città di ridare senso a una giornata come il Primo maggio. Domattina (oggi per chi leggerà al risveglio queste righe) sono diverse le realtà che intendono e hanno annunciato, più o meno pubblicamente, che scenderanno nelle strade, finalmente con i propri corpi, per denunciare che la gestione dell’emergenza e i suoi costi sociali finora sono stati scaricati interamente sulle spalle di chi vive condizioni di vita e di lavoro più precarie. E per scongiurare il rischio, concretissimo se mobilitazioni come quella del 9 maggio dovessero avere seguito, che chi si è sempre arricchito sulle loro spalle continui a farlo impunemente.

Il segnale è stato lanciato, la piazza e le strade sono i luoghi naturali per chi ha poco da perdere e per tutte e tutti coloro che credono che non solo non ci si salva da soli ma anche che nessuna e nessuno va lasciata indietro.  Un segnale che ha anche un implicito significato simbolico riguardo alla forte valenza storica di una giornata come il Primo maggio. Come si raccontava su queste pagine cinque anni fa, questa data a Trieste e nell’Alto Adriatico segna un momento di protagonismo senza precedenti delle classi subalterne. Nei decenni una falsa mitologia nazionalista e patriottica è stata costruita per tentare di occultarlo, nascondendo dietro alla falsa opposizione italiani vs. slavi la vera natura dello scontro, ovvero quello tra sfruttati e sfruttatori. Molte cose sono cambiate da settantacinque anni a questa parte e forzare le analogie per rintracciare ricorsi non è detto sia utile. Di certo però il senso di quella storia e la memoria delle molte e dei molti che la resero possibile restano ancora le mappe dove cercare indicazioni e risposte quando troppe domande confondono il cammino.

Buon Primo maggio a tutte e tutti! Ci si vede nelle strade.

 

 

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