Né rituale né virtuale: un Primo maggio spettacolare

Trieste, campo San Giacomo, 1° maggio 2020: Festa delle lavoratrici e dei lavoratori e 75° anniversario della Liberazione della città

Un Primo maggio lungo un secolo

Avrebbero gioito in molti se, in conseguenza della crisi pandemica, quest’anno le celebrazioni del Primo maggio a Trieste fossero rimaste confinate alla sfera virtuale dei social network e là fagocitate, confuse e risputate per poi essere dimenticate. Da sempre quella che altrove è «solo» la festa dei lavoratori e delle lavoratrici, qui assume un significato ben più ampio, che ha a che fare col lavoro ma soprattutto con i suoi conflitti. Su queste pagine è stato raccontato in molte occasioni: il grande rimosso legato a questa data è quello della resistenza antifascista come guerra di classe; la contesa tra un mondo operaio multilingue, pacifista e internazionalista che, stufo di pagare il conto di guerre e catastrofi, tentò la via del riscatto dallo sfruttamento; e una borghesia industriale e finanziaria capace di adattarsi e riorganizzarsi ad ogni guerra  e passaggio di fase, dalla monarchia asburgica a quella liberale italiana, quindi di buon grado nel fascismo fino a riemergerne indenne, dopo lo scampato pericolo della rivolta degli sfruttati, nella fase repubblicana che formalmente continua ancora oggi. È il rimosso all’origine di diversi miti inventati utili a far dimenticare una storia scomoda. Per oscurare il fatto che qui, nella contesa perenne tra Capitale e Lavoro, per un pelo nel 1945 non aveva vinto il secondo, ci si inventa per la città una purezza nazionale e linguistica che non ha fondamento, si alimenta l’odio anti-slavo, si adattano e stravolgono le storiografie per mettere a punto dispositivi come quello delle «foibe», finalizzati a perpetuare il mito del «bravo italiano» vittima della «barbarie slava».

Il fallito necrologio de Il Piccolo per il Primo maggio triestino, in prima pagina, per essere certi che il messaggio arrivi…

Niente di strano dunque che pochi si siano preoccupati di cosa avrebbe significato, sul piano simbolico e dell’identità collettiva di una città, cancellare dal calendario 2020 la giornata del 75° anniversario della Liberazione dal nazifascismo. Soprattutto nulla di strano che il quotidiano locale in lingua italiana, Il Piccolo, ne abbia parlato il giorno prima come di una celebrazione da nostalgici. Come vedremo, diverse cose accadute a ridosso di questa giornata, al contrario, hanno declinato al presente e al futuro prossimo, e senza nostalgia di sorta, la condizione di milioni di persone resa drammatica dalla pandemia. Tra tutte quella forse più significativa è stata la mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori dello spettacolo, che già il 30 aprile si erano dati appuntamento di fronte al Teatro Verdi per denunciare la situazione che stanno vivendo di fronte all’emergenza Coronavirus, e che sono poi stati tra gli animatori della piazza spontanea che il giorno successivo si è riunita in Campo San Giacomo, sciamando anche in altri punti della città.

Il capitalismo uccide! (e la polizia non vuole che tu lo sappia…)

Per raccontare in breve l’episodio più saliente della giornata, il flash mob in campo San Giacomo, sarebbe sufficiente il servizio andato in onda la sera stessa al Tg Regionale del Friuli Venezia Giulia: si parla di un raduno improvvisato col passaparola che ha portato in piazza più di duecento persone (settanta secondo la questura), di cartelli come «Non obbediamo a Covindustria», «Reddito garantito per tutti», «Sanità gratuita per tutti». E di momenti di tensione quando la polizia ha voluto rimuovere con la forza uno striscione che diceva «Il virus uccide, il capitalismo di più». Un episodio vergognoso ma anche molto efficace nel simboleggiare la vera natura di ciò che milioni di persone stanno vivendo in tutto il pianeta. E malgrado il quale molte persone sono rimaste in piazza, mentre venivano già annunciate denunce e sanzioni.

Questa la cronaca, attorno alla quale si sono sprecati giudizi e interpretazioni spesso fuorvianti.  Da un lato  il tentativo di confondere la mobilitazione triestina tra le proteste eterodirette dalle varie associazioni di categoria legate a Confindustria, con l’appoggio politico di Lega e centro-destra, ma rincorse anche da pezzi di maggioranza. Dall’altro il clima di condanna a prescindere, perché riunirsi in piazza, pur rispettando le norme di sicurezza, «potrebbe contribuire alla diffusione del virus». Su questo punto – frutto di due mesi di campagne mediatiche all’insegna della caccia all’untore e della criminalizzazione di comportamenti spesso innocui – va prima di tutto smentito il fatto che chi si è ritrovato in piazza l’abbia fatto contro le disposizioni anti-contagio, perché è semplicemente falso. Nella ripugnante partita a ping pong tra Governo e Regioni leghiste (e non solo), giocata da due mesi sulla pelle di 60 milioni di persone, il Friuli Venezia Giulia ha anticipato di una settimana le misure sulla mobilità della cosiddetta «fase 2». Qui praticamente tutta la popolazione può muoversi con relativa libertà già da lunedì 27 aprile per fare attività fisica, a condizione di non uscire dal proprio comune e di non utilizzare l’auto per gli spostamenti. Così venerdì scorso si è verificata un’uscita di casa in massa a piedi e in bicicletta, invero molto ordinata, per riprendersi finalmente il diritto a respirare e sgranchirsi le gambe. Una riconquista degli spazi aperti di dimensioni tali che, in realtà, il flash-mob in campo San Giacomo non è stato un evento così fuori dalle righe. A dirla tutta, tra le Rive cittadine e il lungomare di Barcola, ma anche in molte zone del centro, si è tenuto per tutta la giornata un vero e proprio corteo di biciclette, podisti, famiglie e anziani a passeggio. Una vera Liberazione.

Quando il pericolo sono i difensori

Ciò che dovrebbe destare vero scandalo anche sotto il profilo sanitario – e che sarà interessante seguire nei suoi annunciati sviluppi giudiziari – è il comportamento tenuto dalla forze dell’ordine per rimuovere dalla vista lo striscione con la scritta «IL VIRUS UCCIDE, IL CAPITALISMO DI PIÙ». Se c’è stato un momento nella giornata del 1° maggio in cui qualcuno ha messo a rischio la salute della collettività, è stato proprio quando alcuni agenti della Digos si sono messi in testa di far sparire quello striscione (o il suo messaggio?), pare con la motivazione che il solo fatto di reggerlo trasformava la presenza in piazza in una manifestazione pubblica. Il video pubblicato dal quotidiano sloveno di Trieste Primorski Dnevnik è chiarissimo nel documentare dall’inizio l’episodio.
Dal punto di vista formale siamo di fronte all’ennesima arbitraria interpretazione di norme ambigue da parte delle forze dell’ordine, una pericolosa tendenza che ha preso piede in questi due mesi di lockdown, e a cui è fondamentale non abituarsi.
Dal punto di vista pratico, questo gravissimo episodio rivela innanzitutto che qualsiasi norma di salvaguardia della salute pubblica non conta nulla proprio per coloro che quelle norme dovrebbero farle rispettare. Prima gli agenti in borghese che iniziano a strappare lo striscione dalle mani di chi lo regge – di fatto innescando la legittima reazione, peraltro solo verbale, di una piazza fino a quel punto tranquillissima –, poi quelli in divisa che intervengono a supporto, non solo non si curano di mantenere il distanziamento fisico, ma ricorrono anche a contatti diretti molto violenti.
Succede una prima volta quando diversi manifestanti vengono accerchiati e aggrediti e un giovane in particolare, circa al minuto 1’36” del video del Primorski, viene afferrato con estrema violenza per il collo. Poco dopo, al minuto 1’53” del video, nel grottesco tiro alla fune provocato dalla Digos, un agente in borghese gioca sporco, colpendo con i pugni le mani di un manifestante.

Trova l’intruso, che tanto intruso forse non è…

Dalla stessa parte…

Oltre a tutto ciò, sarebbe interessante capire perché la polizia, mentre scatenava un putiferio potenzialmente contagioso, abbia tollerato e permesso la presenza tra le sue file di un personaggio che nel corso del tafferuglio sembra muoversi alla ricerca del momento buono per fare qualcosa. Si chiama Giorgio Degrassi, ma in città è conosciuto col soprannome di «Jure Testòn». Vanta un’appartenenza alla componente di estrema destra del composito tifo triestino, ma in realtà le sue attività, anche in ambito calcistico, hanno spesso natura poco chiara e la dicono lunga sugli «interessi» e lo spessore morale del personaggio.
Degrassi è di stazza notevole e sarebbe perlomeno curioso se gli agenti presenti in campo San Giacomo non si fossero accorti della sua presenza. In questo video del Piccolo lo vediamo comparire durante il tafferuglio dall’angolo destro dell’inquadratura (min. 1’10”), ovvero da dove stazionava la polizia, indossando una giacca grigio-blu e pantaloni chiari. Si sposta alle spalle dei manifestanti la cui attenzione è catalizzata dalla contesa per lo striscione. Scompare e ricompare a 1’18” e nei secondi seguenti transita dalle retrovie dei manifestanti, per rientrare tra le file degli agenti, dove si mette anche a parlare con un paio di essi. Poi resta confuso tra di loro, o meglio, sembra uno di loro! Senza che nessun responsabile della Digos abbia da ridire. Tutto ciò potrebbe essere una mini-rappresentazione della storia d’Italia da un secolo a questa parte: il capitale non vuole essere disturbato, l’apparato poliziesco viene incaricato di far tacere i contestatori, per svolgere meglio il compito si intruppano anche i fascisti.
Ma allegorie a parte, l’episodio dovrebbe suggerire una domanda da rivolgere al questore di Trieste: per quale ragione un noto pregiudicato di estrema destra può circolare indisturbato nel contesto di un’iniziativa pubblica chiaramente antifascista, al punto da confondersi con le forze dell’ordine? Perché, dal momento che solo a gennaio scorso la stessa Digos triestina si era incaricata di allontanare una giornalista, studiosa dell’estrema destra, da un convegno organizzato da Casa Pound? Sia chiaro: di Degrassi ci importa meno di nulla e per quanto ne sappiamo in campo San Giacomo non ha commesso nessun reato. È il fatto che gli si permetta di muoversi indisturbato in un contesto in cui la sua presenza è più che provocatoria che ci preoccupa e che deve finire.

Le piazze per reddito e diritti non saranno mai le piazze del «riaprite tutto»

Al termine del tafferuglio per lo striscione, avvenuto quando ancora la piazza non era molto affollata, non solo nessuno ha ceduto di fronte all’evidente intimidazione, ma diverse decine di persone in più hanno iniziato ad affluire. A quel punto si sono tenuti una serie di comizi improvvisati, senza alcun tipo di amplificazione, con le persone raccolte in cerchio, mantenendo le distanze e un’attenzione inusuale per i discorsi degli abituali cortei del Primo maggio. Un’atmosfera quasi surreale, da macchina del tempo, come si fosse tornati a quando in California si vietavano i soap-box speeches degli attivisti sindacali wobbly…

Una donna in piedi su una cassetta di legno parla ai lavoratori di San Diego (senza data, circa 1910)

Riprendere la parola, in quel contesto e con quelle modalità, ha reso evidente che nelle settimane del lockdown, di fatto, anche questo diritto è stato negato, confondendolo con la possibilità di sfogare la propria solitudine e di lamentarsi su un social network. E tra le macerie che queste settimane ci consegnano, il rischio ora è che quel diritto sia negato davvero: se solo l’esposizione di uno striscione è stata pretesto utile per intervenire con la forza, quale sarebbe stata la reazione della polizia se qualcuno avesse fatto uso di un megafono in campo San Giacomo? Di fatto, nella fase 2, il divieto di assembramento è anche negazione del diritto di parola. Su questo c’è da sperare che a sinistra quanto prima la si finisca di confondere l’epidemia con la gestione dell’emergenza, al punto da rivelare sorprendenti infatuazioni filo-governative,  almeno che non si voglia spalancare alla destra le praterie della legittima rabbia per questa gestione.

Qualcuno vorrebbe i portuali in piazza il 9 maggio con Forza Nuova e a rimorchio di Confindustria, perché «non vuole la guerra tra poveri», ma il 1° maggio… divano!

Del resto dalle parole pronunciate in San Giacomo il 1° maggio è emerso in modo evidente che quella non era, come avrebbero voluto leghisti, forconi vari e, purtroppo, anche qualche portuale – che del resto non c’erano –, la piazza del «riaprite tutto». Lo stesso servizio della Rai regionale linkato prima lo dimostra. Certo, diversi interventi hanno parlato anche di libertà di movimento, e del diritto a non essere angariati nella vita di ogni giorno in base a norme vaghe, applicate in totale discrezionalità dalle forze dell’ordine.
Ma la piazza del Primo maggio triestino è stata prima di tutto la piazza del «dovete darci il denaro», per il reddito universale e il taglio delle bollette e degli affitti, per il riconoscimento della condizione che stanno vivendo le donne nel doppio ruolo che gli viene assegnato d’ufficio di lavoratrici e responsabili del lavoro di cura familiare, per una vera safety sul lavoro e nella vita, per ricordare che nelle prigioni e nei centri di detenzione per migranti ci si ammala e si muore, ma molto peggio che fuori e nell’assordante silenzio di una società che, a ogni giorno di lockdown trascorso, si fa meno civile e capace di comprendere la condizione degli altri.
Ed è stata la piazza dello spontaneo ritrovarsi e guardarsi negli occhi, per riconoscersi uguali e cambiati dietro a bandane e mascherine, per ritrovarsi e cantare in coro o per inscenare una performance teatrale, per brindare alla salute reciproca, quella vera, con lattine di birra portate da casa, per riallenare gli occhi al mondo tridimensionale e togliere dalla retina la patina impressa da giorni trascorsi di fronte a monitor e schermi. Insomma, è stata la piazza nella quale ricordare e ricordarsi che la vita, prima ancora delle lotte, senza relazioni e presenza fisica si svuota di senso.

Più grande di una città

Per quanto la vaga convocazione da una rete cittadina ci fosse stata, c’era ben poco di organizzato per questo appuntamento, e la sua riuscita in termini di presenze ha più a che fare col moto spontaneo di molte persone che hanno voluto recarsi nella piazza da cui ogni anno parte il corteo, come altri sono andati a passeggiare sul lungomare. Più o meno era successa la stessa cosa il 3 novembre 2018 quando, nella sorpresa generale, diecimila persone erano scese in strada per delegittimare la calata nazionale di Casa Pound. Anche in quel caso l’appello era stato lanciato da una rete cittadina che si era data il nome di Trieste Antifascista e Antirazzista. Anche in quel caso la partecipazione e i discorsi avevano esondato di molto la rappresentatività di ogni singola realtà organizzata e della stessa rete. Anche in quel caso la piazza aveva rappresentato un territorio che andava ben al di là della città, ma senza chiamate nazionali, bensì cogliendo l’essenza antifascista e internazionalista di una regione multietnica e plurinazionale com’è l’Alto Adriatico. E in quel caso, in scala ben maggiore che in questo, la composizione del corteo più che politica era stata sociale, rappresentando nel primo densissimo spezzone la complessità del precariato dei servizi, del terziario, del commercio, della cultura, dello spettacolo, del turismo, della ristorazione, della ricerca e della cooperazione che su questo territorio comprende una parte consistente di popolazione. Che è anche quella che rischia di pagare il prezzo più alto di questa ennesima crisi, priva com’è di tutele contrattuali e, spesso, anche solo di un permesso di soggiorno.

Trieste, 3 novembre 2018, manifestazione contro Casa Pound (ph: Claudia Bouvier, clicca per ingrandire)

Dopo quel corteo Trieste Antifascista e Antirazzista si era sciolta come neve al sole, incapace di intraprendere un lavoro di lettura della composizione di quel corteo e del significato di quella giornata. E forse era inevitabile e giusto che fosse così. Se il lockdown ci lascia una certezza – ma forse è solo una conferma –, è che le forme e i modi dell’organizzazione e delle relazioni politiche e sindacali a cui eravamo abituati, anche e soprattutto quando si pretendono orizzontali e antagoniste, sono insufficienti e inadeguate a interpretare la complessità del presente.

Un Primo maggio spettacolare

Soprattutto la giornata del Primo maggio ha tentato di far emergere il lavoro invisibile, quello che né i decreti del governo, né i sindacati sono stati capaci di garantire e rappresentare. Vorremmo aggiungere «finora», ma le speranze sono ormai poche dopo aver sentito in televisione il segretario della Cgil Landini, proprio la sera del Primo maggio, fingere di non capire ciò che Mario Calabresi (!!!) gli chiedeva a proposito di milioni di persone del tutto prive di ammortizzatori sociali. Si è bofonchiato qualcosa riguardo ai comitati territoriali previsti dal protocollo firmato col governo e le imprese, e magari qualcuno avrà voglia e tempo di verificarne il funzionamento, la democraticità, l’inclusività, la reale capacità di individuare problemi e soluzioni, ma…

La verità è che ciò che prima dell’emergenza era ai margini del dibattito politico, ora col lockdown è stato persino cacciato fuori dalla sfera pubblica, in una zona grigia dalla quale non ha speranza di riemergere se non inventando forme finora impensabili di alleanza e di riconoscimento. I percorsi ad ostacoli per garantirsi il minimo di mobilità necessaria a sopravvivere e le schedature di massa tramite modulistiche ambigue e inadeguate, hanno marginalizzato ancora di più chi da anni cambia sede, orario di lavoro e persino contratto, anche ogni giorno. Lo sanno bene le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo e della cultura che si sono mossi per prime a ridosso del 1° maggio, e che non si sono limitate a ritrovarsi in piazza, ma hanno tentato di contaminare la città con gli slogan indispensabili della giornata.

La loro iniziativa parla a tutte e a tutti e può essere innesco di mobilitazioni più ampie per diverse ragioni, che qui elenco in modo sommario, senza la pretesa di intenderle come una piattaforma analitica o rivendicativa, ma semplicemente perché fanno parte della mia esperienza  lavorativa, personale e politica.

Intermittenza e identità

Come già scritto su queste pagine, il settore culturale è tra quelli che hanno anticipato alcune tendenze che si vanno estendendo ad altri ambiti, prima tra tutte la deregolamentazione contrattuale, caratterizzata da estreme flessibilità e intermittenza del rapporto di lavoro. Esse sono alla radice del primo grande problema che le persone impegnate in questi settori hanno di fronte: la propria stessa identità di lavoratori, la difficoltà a percepirsi come soggetti sfruttati, confusa nella estrema sovrapposizione di ruoli, compiti, spazi di lavoro e di vita. Si lavora come facchini, riders, operatori museali,  tecnici e logistici, più o meno specializzati, più o meno apprendisti, ma a volte si è anche attrici, ballerini, scrittori, sceneggiatrici e performer, e pure baristi, addetti al catering, steward… ma in tutti questi ruoli si è anche studenti o genitori full-time, spesso impegnati in lavori di cura o in progetti di mutualismo su base volontaria… Insomma, si fa di tutto e non si è niente. Persino quando un contratto attesta con chiarezza la propria attività, il pregiudizio lavorista, legato a una concezione tutta centrata sulla fabbrica di cosa siano un’operaia e un operaio nel Ventunesimo secolo, impedisce di prendere consapevolezza e rivendicare la propria condizione working class.

Safety

Le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo triestini si sono mossi anche sotto la spinta della insopportabile e surreale retorica sulla «sicurezza sul lavoro» che, nelle ultime settimane, è stata declinata ulteriormente in termini di «security», proprio nel momento in cui invece sarebbe urgente occuparsi di «safety». Così facendo nella narrazione mainstream il problema sembra essere nato con il coronavirus. Senza dichiararlo, evitando quindi di adeguarsi al clima da melodramma che si respira, l’assemblea triestina  che si è mobilitata in questi giorni lo ha fatto anche per non dimenticare la morte sul lavoro di Francesco Pinna nel 2011 durante l’allestimento triestino del tour di Jovanotti. Una tragedia che non era stata sufficiente a cambiare le cose, come avrebbe dimostrato pochi mesi dopo la morte in circostanze identiche di Matteo Armellini. Ora, di fronte alla prospettiva di una riduzione radicale dei volumi di lavoro, che aumenta il rischio che la questione sia posta solo in termini di riduzione dei rischi di contagio – e in maniera raffazzonata anche su quel piano –, queste lavoratrici e lavoratori pretendono di poter tornare a lavorare, ma anche di farlo in condizioni di vera safety, intesa come il complesso di azioni e misure che azzerano il rischio di ammalarsi, di farsi male, o di morire. Va da sé che tutto questo non può stare sullo stesso lato della barricata dal quale si grida «riaprire tutto!».

Ricatto salariale

Se le cose resteranno come prima, soprattutto se cultura e spettacoli resteranno legati a una logica di profitto privato, di grandi eventi e grandi nomi, o alle logiche politiche con cui si distribuiscono incarichi nella gestione di teatri ed eventi culturali, il paesaggio che si delinea sarà catastrofico. La riduzione del volume di lavoro si tradurrà prima di tutto in riduzione dei salari e disoccupazione (oltre che ovviamente di biodiversità culturale, su cui torno più avanti). Sta già accadendo: nelle trattative con i grandi e medi promoter di eventi, per riorganizzare ciò che sarà possibile fare nella stagione estiva, piccoli imprenditori del settore e microditte individuali stanno ricevendo questo messaggio: «tanto voi ora avete bisogno di lavorare…», senza bisogno di aggiungere «a qualsiasi costo». Il ricatto ovviamente avrà il solito effetto domino, andando a colpire durissimo chi sta in fondo alla catena. Illudersi che, alle attuali condizioni di sistema, la catena stessa possa magicamente comporsi solo di anelli di dimensioni uguali sarebbe inutile. Qualcosa ci dice che è ora che sia la catena ad essere spezzata e decapitata. La conquista di un reddito universale incondizionato, di quarantena o meno, che permetta di scegliere se lavorare o meno a determinate condizioni, è da questo punto di vista se non sufficiente di certo strategica.

Contraddizione interna

Dai punti precedenti ne deriva uno particolarmente problematico che vale la pena discutere pubblicamente. Come distinguere gli sfruttati dagli sfruttatori? La questione delle partite iva individuali si confonde facilmente con quella delle piccole imprese che soprattutto nel settore dello spettacolo hanno un ruolo ormai centrale, ma poi si confonde ulteriormente con gli interessi delle medie e persino delle grandi. Le piccole imprese sono quelle che in ultima battuta lavorano davvero. Sono anche quelle che molto spesso nascondono lo sfruttamento dietro alla demagogia dell’imprenditore/lavoratore, che si sporca le mani tanto quanto, se non di più dei suoi dipendenti. Ma in effetti a volte nascondono autosfruttamento, magari perché quel piccolo imprenditore spesso possiede i mezzi di produzione (gli impianti audio, ad esempio, o i palchi) che però in realtà sono della banca che gli ha concesso il prestito per comprarli, oppure perché per lavorare ha firmato contratti capestro che ridurranno i suoi guadagni ma soprattutto i salari dei suoi dipendenti. La questione, complessa e spinosa, è anche il frutto di tanti passi falsi fatti magari in buona fede, e facilmente si presta a equivoci.
Ma due cose qui possono essere dette, perlomeno per individuare la postura con cui affrontare il discorso. La prima, molto semplice, è che nel neoliberismo non è possibile arricchirsi se non sulle spalle del lavoro di qualcun’altro/a. Di conseguenza non c’è discorso sul welfare nell’emergenza che tenga se non si assume la necessità di redistribuire la ricchezza e limitare il suo accumulo privato. La seconda è una storia che ho raccontata qui, parlando dell’Intendenza Montes, l’organizzazione partigiana che si occupava della logistica e del finanziamento della lotta armata nel periodo di occupazione tedesca dell’Alto Adriatico. La più efficiente organizzazione logistica partigiana d’Europa, fu un’intrapresa collettiva promossa da un imprenditore edile – Silvio Marcuzzi, detto Montes – che, contro gli interessi della sua classe, raccoglieva fondi e materiali da inviare ai partigiani sloveni, croati e italiani, utilizzando metodi forse poco ortodossi ma molto efficaci. Tra questi gli espropri di magazzini e depositi, le rapine in banca ma anche le sottoscrizioni presso altri imprenditori, che venivano convinti a donare alla causa anche per evitare di essere a loro volta espropriati. Marcuzzi fu catturato poco prima della fine della guerra e ucciso, dopo essere stato torturato per giorni senza fornire al nemico nemmeno uno straccio di informazione, che magari gli avrebbe salvato la vita ma vendendo quella dei suoi compagni.

Cultura = società = agire politico

La prevedibile «contrazione del mercato», come viene definita in gergo aziendalista e finanziario, impoverirà ulteriormente il panorama culturale e accentuerà le diseguaglianze nelle opportunità di accesso alla fruizione. Soprattutto se le soluzioni che l’ennesima task-force chiamata a individuare linee guida e norme per far ripartire i pubblici spettacoli seguiranno, come prevedibile, le stesse logiche frammentarie, ambigue e clientelari che hanno finora caratterizzato la gestione dell’emergenza. Cultura e spettacolo sono stati gli unici settori, con l’istruzione e lo sport, a essere sottoposti a vera serrata durante l’emergenza (è bene ricordare che, solo a Trieste, circa 500 aziende hanno continuato a lavorare in deroga prefettizia, in base a norme che attribuiscono alle imprese, d’ufficio e praticamente senza controlli,  la buona fede e il senso di responsabilità che si esclude abbiano le singole cittadine e cittadini). Ma la cultura è la società stessa. E forse mai come oggi dovrebbe risultare evidente che essa non è mai neutrale e, se non opera per far emergere tanto le contraddizioni quanto le utopie, per demolire le ingiustizie del vecchio mondo e immaginare nuovi mondi, non sta svolgendo la sua funzione e rischia di diventare solo un palcoscenico da infarcire di marketing e pubblicità. Qualche giorno fa i Wu Ming scrivevano:

Occorre organizzarsi per riattivare al più presto la possibilità di riunirsi fisicamente per fare politica e fare cultura. Attendere che la situazione si sblocchi dall’alto comporterebbe un’attesa lunga e malsana. Affidarsi a videoconferenze, videoriunioni e videospettacoli rischia di renderla ancora più lunga. Dobbiamo inventarci luoghi e modalità nuove, che consentano di incontrarsi in sicurezza, all’aperto, in strada, nella spazio pubblico, sfruttando ogni possibilità per leggere, discutere, stare insieme.

La lotta delle lavoratrici e dei lavoratori dello spettacolo e della cultura è la lotta di tutte e di tutti, non solo perché molte e molti vivono condizioni di vita e di lavoro caratterizzate dalla stessa precarietà, da ricatti salariali, da concezioni distorte di cosa sia la «sicurezza» e, soprattutto, di cosa significhi essere working class. È la lotta di tutte e di tutti perché la diffusione e la fruizione della cultura, la definizione, l’accesso e la gestione degli spazi che le sono dedicati e, ora quanto mai prima, anche la loro safety, sono questioni che ci riguardano sempre in prima persona, anche se siamo stati, almeno fino al lockdown, animali poco socievoli o poco curiosi.
Abbiamo di fronte  mesi nei quali il rischio che si ripropongano le stesse dinamiche precedenti all’emergenza è altissimo, aggravato dalla possibilità non remota che si entri in una fase di lockdown alternati a periodi di apertura condizionati, più per incapacità a pensare soluzioni alternative che per reale necessità. La qualità della vita collettiva mai come ora dipende più dalla creatività diffusa che dalle intuizioni di chi studia i fenomeni. Ne abbiamo avuto molte dimostrazioni pratiche in queste settimane, perlomeno quelle e quelli di noi che non hanno rinunciato a mettere il naso fuori, magari sulla spinta di bisogni altrui che cercavano risposte che dall’alto non potevano arrivare. Abbiamo bisogno di continuare a farlo e convincere altre e altri che su questo terreno si giocano partite decisive, che a partire dai nostri bisogni di animali sociali è possibile reinventare gli spazi pubblici e ciò che contengono e offrono. Dobbiamo impedire che, brandendo il rischio del contagio, questi spazi vengano perimetrati da recinti normativi, polizieschi e mercantili, fagocitati da nuove enclosures alle quali l’accesso ai non ricchi sarà permesso solo in veste di sfruttati al lavoro. A partire da questo è possibile e necessario riprendere a fare cultura.

Per concludere…

Il Primo maggio triestino, nel 75° anniversario della vittoria partigiana e operaia, si è caratterizzato per diversi importanti segnali che non era scontato emergessero. Ci si è ripresi lo spazio pubblico e la parola che per due mesi erano stati negati come, in precedenza, solo in tempi di dittatura conclamata era successo. Lo si è fatto, sia chiaro, rischiando sanzioni e denunce e – a causa delle logiche che animano la gestione dell’ordine pubblico in Italia, non certo da oggi – anche la propria incolumità fisica. Ma anche nella evidente consapevolezza e rispetto delle precauzioni necessarie a non favorire la diffusione del corona virus.
Diverse persone, a iniziare da chi aveva legittimamente esposto lo striscione che ha causato l’improvvido e inspiegabile intervento della polizia, rischiano ora di dover sobbarcarsi le conseguenze giudiziarie di un gesto per qualcuno evidentemente troppo radicale sotto il profilo della libertà di espressione e di parola. Fortuna che solo due giorni dopo, lo stesso neopresidente di Confindustria si è premurato di confermare quanto quello striscione denunciava. La gestione della Questura è risultata ben più che disastrosa, dando anche l’impressione che si cercasse apposta l’incidente per delegittimare quella piazza. E da questo punto di vista tocca registrare il fatto che pochissime voci si sono levate da sinistra per denunciarlo. Una piazza perlopiù spontanea, che però ha saputo ricomporsi e soprattutto esprimere una quantità di contenuti e progetti dai quali forse stanno nascendo forme nuove e più inclusive di agire politico, che possano parlare alla platea amplissima di soggetti reali che, già in altre occasioni, hanno saputo esprimersi in questo territorio dalla natura transfrontaliera, composito e complesso da interpretare.

Oltre alla presenza a San Giacomo, altre azioni, più o meno organizzate, hanno tentato di dare senso alla giornata: chi ha lasciato cartelli agli angoli delle strade, chi ha esposto striscioni sui cavalcavia e in altre piazze e – a ricordarci che non c’è futuro senza memoria – i paesi del Carso e i rioni a maggioranza slovena che non hanno rinunciato a esporre l’unica bandiera che, da queste parti, ha tenuto unite migliaia di sfruttate e di sfruttati al di là delle differenze linguistiche e etniche. E a un tiro di schioppo, ma oltre frontiera, ci si è mobilitati anche a Koper/Capodistria mentre, ancora a Trieste, chi ha tentato di ricordare la feroce repressione contro il grande sciopero generale del 1902 è stato fermato a lungo e denunciato anche per questa innocua azione.  La mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori dello spettacolo, infine, ha saputo far sentire la propria voce e, per suo tramite, quella di molte persone costrette a rapporti di lavoro la cui precarietà e deregolamentazione – utili solo a garantire profitti ai padroni – non permettono di accedere ad adeguate misure di welfare in un momento drammatico come questo.

Nei prossimi giorni è prevedibile che un po’ ovunque si moltiplicheranno chiamate e appelli a scendere in piazza da cordate ambigue e sedicenti «apartitiche», nel tentativo di strumentalizzare la condizione di chi sta peggio e indirizzarne la rabbia non tanto contro il Governo, quanto a favore di chi, in tutte queste settimane, non ha mai smesso produrre e fare profitti. Gli stessi che hanno impedito che venissero istituite le zone rosse ad Alzano Lombardo e Nembro e che ora vorrebbero anche un’impunità garantita. Gli stessi che ottengono persino che un corpo dello Stato si prodighi per rimuovere con la violenza un pezzo di stoffa che li denuncia. A Trieste il tentativo è già partito, e il supporto propagandistico che ha ottenuto dal Piccolo spiega in controluce a chi fa gioco l’appuntamento che è stato lanciato per il 9 maggio prossimo da un fantomatico comitato e raccolto subito, tra gli altri, da Forza Nuova. Non è chiaro al momento se quella manifestazione sarà autorizzata, se chi l’ha indetta sia davvero in grado di uscire dalla virtualità dei proclami sui social network e, soprattutto, se altri sfruttati cadranno nel tranello di scendere in piazza dietro alle parole d’ordine degli sfruttatori e al loro fianco. Sappiamo però che la Trieste degna ha saputo giocare in contropiede, far vivere la sua piazza working class e rendere il Primo maggio 2020, ben più dei precedenti, non rituale, né tantomeno virtuale.

 

 

 

 

 

 

 

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